Giuseppe Zoppi (1896-1952)

 

Scheda a cura di Lisa Mangili

Giuseppe Zoppi è poeta, narratore, insegnante, ma, prima di tutto uomo. Un uomo che, nato in Valle Maggia nel 1896 ha sempre portato dentro di sé i ricordi di un’infanzia contadina, ricordi che sono poi stati raccolti e trasformati nel suo libro di maggior successo Il Libro dell’alpe. Nonostante quest’ultimo diventi quasi immediatamente un libro di riferimento per più di una generazione nella Svizzera Italiana, è anche soggetto alle critiche di coloro che ritengono che rappresenti una realtà idilliaca, troppo lontana dalla vita contadina dei tempi, fatta anche, se non solo, di sforzi e di fatiche.

Dopo alcuni anni dedicati alla scrittura (tra il 1923 e il 1925 pubblica altri tre libri La nuvola bianca, Il libro dei gigli, Quando avevo le ali) e all’insegnamento, approda, nel 1931, al Politecnico Federale di Zurigo, dove ricoprirà, per circa un ventennio, la cattedrache era stata di De Sanctis. Gli anni trenta zurighesi vedono uno Zoppi impegnato soprattutto nella diffusione e nella difesa della lingua italiana, grazie a regolari pubblicazioni di articoli inerenti la lingua e la cultura svizzera e ticinese, in particolare sulla rivista «Illustrazione Ticinese». Durante questo periodo non collabora solamente con riviste della Svizzera Italiana, ma scrive attivamente anche per altri giornali svizzeri, quali la «Neue Zürcher Zeitung», e il «Journal de Génève».

Lo Zoppi è profondamente devoto alla missione di trasmissione della cultura italiana, tanto da sentirsi “apostolo d’italianità”. Nel periodo zurighese, Zoppi comincia anche un’opera di traduzione dei lavori di Ramuz e continua in questa direzione collaborando poi con la casa editrice Manesse al progetto di trasposizione in lingua tedesca di classici della letteratura italiana, che andranno a formare la collana “Bibliothek der Weltliteratur” di Zurigo. Durante questi anni la partecipazione alla creazione della Nuova Antologia (1931) e della successiva Antologia per Stranieri (1938-43) per la casa editrice Mondatori, lo rende, secondo alcune critiche, divulgatore involontario degli ideali fascisti (anche se in realtà la prefazione esclude ogni coinvolgimento dello Zoppi con il regime). Le critiche diffamatorie su di lui risultano in seguito ancor più infondate, tenendo conto che, nel periodo zurighese, Zoppi si impegna a confortare e soccorrere i numerosi esuli italiani rifugiatisi in Svizzera per sfuggire alla persecuzione fascista.

Per quanto riguarda le lezioni tenute al Politecnico, lo Zoppi si concentra non solo sui grandi nomi della letteratura italiana, quali Dante, Boccaccio, Manzoni, Leopardi, Petrarca, Ariosto, Tasso; ma si occupa anche di letteratura contemporanea, con lezioni su Pirandello, Deledda, Quasimodo, Saba e altri. Questi corsi di letteratura sono accompagnati, ogni semestre, da corsi di perfezionamento linguistico strutturati su tre livelli, inferiore, medio, superiore.

Zoppi non tratta però solo argomenti puramente letterari; tra i suoi discorsi tenuti all’ateneo spiccano infatti anche una prolusione del gennaio 1932 dedicata a De Sanctis – studioso da lui molto stimato, al quale volle inoltre dedicare la lapide commemorativa che si trova tutt’ora all’ ETH – e un discorso intitolato Vocazione Europea della Svizzera, inerente alla neutralità del paese (letto nel novembre del 1940).

In conclusione vorrei citare le parole di Luigi Del Priore, che penso siano in grado di riassumere al meglio le caratteristiche dello Zoppi artista: «Fanciullo-poeta, adulto-scrittore. Questa la formula magica di Zoppi artista; è qui il fulcro dei suoi migliori esiti, da qui scaturisce quell’incanto che travolge il lettore, anche il meno plaudente».